Vittorio Gnecchi



VITTORIO GNECCHI

Vittorio Gnecchi, musicista italiano nato a Milano il 17 luglio 1876 e morto il 5 febbraio 1954

 

LA FAMIGLIA GNECCHI RUSCONE

Villa Gnecchi a Verderio, Como

VERDERIO E LA VILLA DEI CONFALONIERI

Lo sviluppo dell’industria tessile italiana, portò le famiglie dei primi grandi industriali lombardi a costruire i propri ritiri estivi nella zona di nord-est della regione, in particolare nella provincia di Como. Iniziarono così a sorgere imponenti ville in stile classico francese, che assunsero l’importante veste di privilegiati salotti aristocratici, in cui si cercava di imitare i fasti del rinascimento italiano, sul modello delle ville palladiane lungo le rive del Brenta.

In un piccolo borgo vicino all’Adda, Verderio, nella provincia di Como, oggi di Lecco, già teatro di battaglia nel 1799 fra le truppe austriache e i francesi di Bonaparte, la famiglia Gnecchi aveva ereditato, nel 1842, dallo zio Giacomo Ruscone (che condizionò il lascito all’obbligo di aggiungere il cognome Ruscone), una villa ove andarono ad abitare Giuseppe Gnecchi e la moglie Giuseppina, nata dei conti Turati. Proprio accanto, sorgeva la sontuosa villa della famiglia Confalonieri. Lì, una notte, Vitaliano, nipote di Federico Confalonieri, legato alla Carboneria, lasciava misteriosamente la villa, nel bel mezzo di una cena, per non farvi più ritorno.

Una foto unica ed eccezionale scattata alla fine dell’800 quando la famiglia Gnecchi Ruscone non aveva ancora deciso di donare a Verderio Superiore una nuova chiesa parrocchiale. Da sinistra, la benefattrice Giuseppina Turati Gnecchi, i figli Carolina, Ercole, Amalia e, seduto, il marito Giuseppe Gnecchi Ruscone. In primo piano, la figlia minore Erminia e, in secondo piano seduti, da sinistra, i figli Francesco e Antonio

LA FAMIGLIA GNECCHI RUSCONE E LA SUA AFFERMAZIONE SOCIALE

Giuseppe Gnecchi (industriale della seta e simpatizzante dei moti indipendentisti), nel 1848 acquistò la villa dei Confalonieri, ponendo così le fondamenta di una famiglia che, con intelligenza commerciale e sapienti unioni matrimoniali, si stava affermando nella società aristocratica lombarda; villa che si rivelerà il cuore della famiglia Gnecchi, trattenendo fra le sue mura gli antichi splendori di una realtà borghese ormai lontana. Giuseppina Gnecchi Turati si sarebbe poi distinta per le numerose donazioni fatte a Verderio, fra cui l’imponente chiesa parrocchiale (che non riuscirà a vedere ultimata, spegnendosi nel luglio del 1899).

FRANCESCO GNECCHI RUSCONE, IL RE E I SALOTTI ARISTOCRATICI DI MILANO

Gli interessi della famiglia Gnecchi gravitavano sempre di più verso Milano, ove avevano dimora in Via Monte di Pietà 1; finché Giuseppina Gnecchi Turati decise di acquistare un lussuoso palazzo in via Filodrammatici 10, alle spalle del Teatro alla Scala, già proprietà Visconti Ajmi, come regalo di nozze per il primogenito Francesco (palazzo che dopo la seconda guerra sarà rilevato da Enrico Cuccia per diventare la sede di Mediobanca).

Francesco Gnecchi Ruscone si distinse subito per le sue doti filantropiche, culturali e imprenditoriali. Personalità dal passato patriottico, fu volontario nella guerra del 1866 contro l’Austria. Quale illustre numismatico, costituì la più importante collezione di monete romane di età imperiale (dichiarata monumento nazionale e oggi esposta al Museo Archeologico di Roma), fondò nel 1888 la “Rivista Italiana di Numismatica” e approntò con il re Vittorio Emanuele III (a lui legato da profonda stima) la compilazione del “Corpus Nummorum Italicorum”, che sostanzialmente riuniva la sua collezione con quella del Re. Fu importante produttore di seta, nonchè sindaco di Verderio (dotando a sue spese il paese dei principali servizi, tra cui il municipio e l’acquedotto), consigliere del Comune di Milano, presidente di varie società, banche e aziende, nonchè consigliere d’amministrazione della Società dei Cascami di seta.

Subito dopo la guerra, proprio questa società venne accusata di aver fornito al nemico i cascami di seta che potevano servire per fabbricare i paracadute. Tra gli imputati appariva anche Francesco Gnecchi. Il processo – che all’epoca suscitò grande scandalo – si tenne a Roma e fu per lui un’inaudita sofferenza morale, tanto che si ammalò durante il dibattimento e morì per una crisi cardiaca, non arrivando mai a conoscere l’esito della sentenza: assoluzione con formula piena.

IL GIOVANE VITTORIO GNECCHI

Da Isabella Bozzotti, Francesco Gnecchi Ruscone ebbe tre figli: Cesare, Vittorio e Carla.
Vittorio Gnecchi nacque a Milano, nella casa di via Filodrammatici, il 17 luglio 1876.
L’ambiente familiare si rivelò favorevole a coltivare il talento musicale del giovane, che godette dei migliori insegnati privati allora disponibili: Michele Saladino (maestro di Mascagni e De Sabata) e Gaetano Coronaro, ritrovandosi poi compagno di studi di Tullio Serafin, con cui sarà per sempre legato da una sincera amicizia.
Iniziava a delinearsi quello che si rivelerà il primo “titolo” di demerito del futuro compositore, che sarà accusato di “dilettantismo” dai suoi detrattori: un dilettante troppo ricco per “abbassarsi” a seguire il corso “ufficiale” degli studi musicali. Eppure, proprio questa ricchezza gli permise di avere una vasta e sempre aggiornatissima biblioteca musicale, rivolta in particolare all’arte mitteleuropea, e di aggiornarsi assai meglio di altri sulle evoluzioni musicali di fine ‘800.

Bozzetto di Adolfo Hohenstein per i costumi de La Virtù d’Amore, Verderio 1896

DEBUTTO IN SOCIETÀ: LA VIRTÙ D’AMORE

Nell’autunno del 1896 veniva allestita nella grande tinaia della villa di Verderio, appositamente adibita a perfetto teatro, la prima opera di Vittorio Gnecchi, l’azione pastorale Virtù d’Amore.

Un avvenimento che ebbe una grande risonanza soprattutto per la sontuosità della messa in scena: bozzetti e figurini furono affidati al pittore Adolfo Hohenstein, responsabile della scena scaligera e direttore artistico delle Officine Grafiche Ricordi; mentre Antonio Rovescalli, uno dei più importanti scenografi dell’epoca, realizzo’ per l’occasione le scene a completo panorama senza quinte (soluzione che adotterà l’anno successivo per la prima scena del Tristano alla Scala).
Anche nell’orchestra spiccavano nomi illustri: il diciottenne Serafin era al pianoforte, Russolo (poi fra gli esponenti di spicco della musica futurista) all’harmonium, Galeazzi al cello (sarà poi primo violoncello alla Scala), il tenore Cannonieri nel coro e, tra i protagonisti in scena, il sedicenne conte Giuseppe Visconti di Modrone (poi padre del famoso regista Luchino).
Il 12 ottobre 1896, il “Corriere della Sera” sentenziò: “Il successo fu pieno”.
Lo spartito dell’opera fu stampato in una lussuosissima edizione dall’editore Giulio Ricordi che, sulle pagine della “Gazzetta Musicale”, ebbe a scrivere fra l’altro: «Vittorio Gnecchi ha dato qui splendida prova del suo ingegno musicale».

UN CASO SCOMODO

Terza di copertina del programma della prima di Cassandra, Bologna 1904

TOSCANINI E CASSANDRA

Dopo la laurea in giurisprudenza, Vittorio Gnecchi concepì l’opera che avrebbe segnato, nel bene e nel male, il suo futuro: Cassandra, pensata come Dramma musicale, secondo la maniera di Wagner.
Gnecchi scrisse il soggetto, partendo dall’Agamennone di Eschilo, e affidò la stesura del libretto nientemeno che a Luigi Illica, con il quale iniziò un rapporto che, se a volte si rivelò conflittuale, fu per Gnecchi una vera palestra di vita compositiva e musicale.
Forte della sua esperienza e cultura, Illica condusse il giovane e spesso sprovveduto Gnecchi per mano nell’allestimento di un’opera imponente, che svelerà tutto il talento musicale del suo compositore.
La fitta corrispondenza fra i due, testimonianza preziosa rimasta inedita, ritrae non solo la lenta e sofferta gestazione del libretto e della partitura (che sarà compiuta nel 1904), ma anche l’impegno con cui Illica cercò poi di promuovere Cassandra nei vari teatri italiani, sicuro dell’enorme valore musicale dell’opera.
Su consiglio dell’amico Tullio Serafin, e appoggiato dall’infaticabile Illica, Gnecchi presentò l’opera ad Arturo Toscanini che, a quanto sembra, si dimostrò entusiasta, tanto che il 5 dicembre 1905 ne diresse la prima rappresentazione al Teatro Comunale di Bologna, chiamando protagonisti d’eccezione: il baritono F. Federici (Il Prologo), il tenore G. Borgatti (Agamennone), il soprano S. Krusceniski (Clitemnestra), il mezzosoprano E. Bruno (Cassandra) e il baritono T. Quercia (Egisto).
L’esecuzione si rivelò all’altezza dei protagonisti.
Purtroppo, durante le prove, la poca esperienza di Gnecchi a proposito di questioni teatrali creò non pochi problemi a Toscanini; screzi che si sommarono ai pettegolezzi che da subito colpirono il maestro, tanto che, dopo l’esperienza di Bologna, non volle più saperne né di Cassandra, che tanto aveva apprezzato, né di Gnecchi.

L’Italie et la France, rivista, Parigi, 30 maggio 1909 con l’articolo Richard Strauss plaigiaire

TEBALDINI E IL “CASO” STRAUSS

Tre anni più tardi, precisamente il 25 gennaio 1909, andò in scena all’Opera di Dresda la prima rappresentazione di Elektra, la nuova opera di Richard Strauss.
Chi conosceva Cassandra immediatamente notò le analogie sorprendenti che legavano le due opere. Il musicologo Giovanni Tebaldini, pur non esponendosi con accuse di plagio, parlò di una comune ispirazione, di una sorta di “telepatia musicale” (titolo effettivo del saggio pubblicato nel 1909 sulla “Rivista Musicale Italiana”) che aveva mosso i due compositori.
Purtroppo di plagio parleranno altri e a nulla varranno le smentite di entrambi. Il “caso” era irrimediabilmente scoppiato, ma a pagarne i danni fu il solo Gnecchi.
Basti solo ricordare l’atteggiamento tenuto nel 1909 dall’allora direttore artistico della Scala, Vittorio Mingardi, che alla richiesta del duca Visconti di Modrone (presidente della Commissione autorizzata a programmare le stagioni scaligere) di inserire in cartellone Cassandra, bloccò l’iniziativa “pour ne pas deplaire à Strauss” – come scrisse a Visconti. E così sarà per sempre.

IL DESTINO DI CASSANDRA

Rimane a tutt’oggi strano constatare come l’ostracismo patito da Gnecchi si rivelò un fenomeno tipicamente italiano, visto che all’estero il suo nome campava spesso e con orgoglio sui cartelloni teatrali.
In Italia, la sua musica si affidò soprattutto a mani straniere, che la sorressero con forza ed entusiasmo – e per tutti valga il nome di Willelm Mengelberg, che diresse nel 1910 il Prologo di Cassandra al Conservatorio di Milano, con grande successo personale dell’autore.
Ottimo successo di pubblico e di critica ottenne anche la nuova esecuzione integrale di Cassandra del 1913, data al Teatro Dal Verme di Milano sotto la direzione di Ettore Panizza, la cui eco attraversò l’oceano toccando addirittura gli Stati Uniti, dove il 26 febbraio 1914 Cassandra fu data al Teatro dell’Opera di Philadelphia diretta da Cleofonte Campanini.
Ma qui l’accusa rivolta allo stesso Gnecchi di aver plagiato l’opera di Strauss, mossa dai giornalisti americani che ignoravano l’antecedenza di Cassandra rispetto a Elektra, placò gli entusiasmi, suggellando un destino ormai avvelenato.

L’OPERA DI MEZZO

Sala di casa Gnecchi in via Filodrammatici, Milano

Casa Ricordi fu per Vittorio Gnecchi sempre fonte di illusioni e conseguenti delusioni.
La famiglia Gnecchi compariva fra gli azionisti della Casa Editrice (e lo sarebbe rimasta fino alla fine del Novecento, quando Ricordi fu venduta alla tedesca Bertlesmann; in più ne furono recentemente Consiglieri di Amministrazione il nipote di Vittorio, Piero, e poi il pronipote Stefano Gnecchi Ruscone).
Eppure, l’editore, prima nella figura di Giulio e poi in quella di Tito, si dimostrò sempre indifferente, se non ostile all’arte di Gnecchi. Se si pensa alle belle parole scritte da Giulio Ricordi in occasione della prima rappresentazione di Virtù d’Amore, non può che sorprendere lo scarso entusiasmo con cui liquidò Cassandra alla sua prima audizione al pianoforte: “Caro Vittorio, tu capisci benissimo che questo tuo saggio di dilettante non potrà mai eseguirsi in un grande teatro. Tutt’al più puoi farlo rappresentare nel tuo teatrino di Verderio, invitando i tuoi amici.”
Sebbene, poi, ritornare apparentemente sui propri passi e stampare lo spartito di Cassandra, probabilmente avendo saputo che Toscanini avrebbe diretto l’opera a Bologna.
Va fatto, a questo proposito, un breve appunto sull’edizione di Cassandra.
Avvenne che un influente amico riuscisse a far accettare alla Casa Ricordi il “dono” della partitura dell’opera, del libretto e di tutto il materiale necessario per l’esecuzione in sei teatri.
Fortunatamente, Gnecchi aggiunse al contratto la clausola che se l’opera non fosse stata eseguita entro cinque anni in un dato numero di teatri, la proprietà sarebbe ritornata a lui. E aveva previsto bene, che in quei cinque anni Cassandra dormì un “sonno profondo”, sicchè l’autore ne riebbe la proprietà ‘molto impolveratà.
Ricordi stamperà anche altre opere di Gnecchi, sebbene i rapporti fra l’editore e il compositore rimasero sempre tempestosi, tanto da costringere poi Gnecchi a rescindere ogni contratto.

Terza di copertina del programma dell’opera Rosiera al Reussisches Theater di Gera, Germania, 16 febbraio 1926

L’IDILLIO TRAGICO: LA ROSIERA

Di fronte a tanta ostilità, Gnecchi corrispose con un’opera del tutto nuova, e per intenti e per risultati artistici.
Di fatto, mise da parte l’austerità drammatica dei tragici greci per rivolgersi proprio verso quei “soggetti-a-facile-sentimentalitaà” e quegli “effetti-di-drammaticità-quand-meme” che l’amico Illica gli aveva consigliato di evitare. Così che, già nell’anno del fatidico articolo di Tebaldini, il 1909, Vittorio Gnecchi aveva completato, dopo più di due anni di lavoro, la composizione de La Rosiera, idillio tragico in tre atti su libretto di Carlo Zangarini (con non pochi interventi dello stesso Gnecchi), tratto dall’opera teatrale “On ne badine pas avec l’amour” di Alfred De Musset.
Caso volle che proprio in quello stesso periodo, Gabriel Pierné compose un’altra operina basata sullo stesso testo, presentata per la prima volta all’Opera Comique nel maggio del 1910, avendo più fortuna di Gnecchi.
Nel 1910, infatti, l’opera era già stata stampata, ma Rosiera avrebbe taciuto per quasi un ventennio, soffrendo anch’essa di quell’ostracismo che impediva a Gnecchi di eseguire in patria la sua musica.
Rosiera, benchè anticipata da alcuni brani staccati eseguiti da Hildebrand a Berlino nel 1923 e da Schneevoigt a Parigi nel gennaio del 1927, andrà in scena per la prima volta solo il 16 febbraio 1927 al ReuBisches Theater di Gera, direttore Ralph Meyer.
Il successo fu trionfale, con ventidue chiamate alla ribalta e l’offerta di numerose corone d’alloro.
Fu il Teatro Comunale Giuseppe Verdi di Trieste (non a caso la più mitteleuropea delle città italiane) il primo ad aprire le porte alla Rosiera di Gnecchi, mettendola in cartellone nella stagione 1930-31 e decretando un vero e proprio avvenimento artistico di portata nazionale.
Sulle pagine della rivista ‘Musicisti d’Italià già nel novembre 1930 si leggeva: “La premiere di “Rosiera”, per la quale si preannuncia l’intervento dei critici di parecchi fra i più importanti giornali d’Italia, è destinata ad assurgere a un fatto di primissima importanza artistica non solo per Trieste ma per il mondo musicale italiano, poiché dal verdetto del pubblico e della critica stabilirà se sia stato giusto e giustificato l’ostracismo italiano per quest’opera durato un ventennio, e se i resoconti dei successi esteri siano stati un bluff, come sinora si sarebbe mostrato credere”.
In effetti, la notizia suscitò un ampio e rinnovato interesse nel mondo musicale italiano – e non solo – persuadendo molti critici a riaprire il “caso Gnecchi”.
Innumerevoli i giornali che al caso dettero ampio spazio, culminando con la conferenza “Rosiera” e il “caso Gnecchi” tenuta il 23 gennaio 1931, presso la sala del Conservatorio Tarantini, da Mario Nordio, allora caporedattore del “Piccolo” di Trieste, poi pubblicata nel maggio 1932 sulle pagine de “La Nuova Italia Musicale”, nella quale si riassumeva l’intera sfortunata vicenda del compositore milanese.
Con grandissimo successo, il 25 gennaio 1931 andava in scena La Rosiera, diretta da Giuseppe Baroni e interpretata da C. Togliani (Salency), P. Menescaldi (Perdicano), A. Clinova (Camilla) e A. Oltrabella (Rosetta).
“Dalla prima rappresentazione del 1919 di “Francesca da Rimini”, il pubblico del Teatro Verdi non si era espresso con plauso così clamoroso come ieri sera”, si legge “Il Piccolo della Sera”.

L’ITALIA E L’EUROPA

NELL’ITALIA FASCISTA

In Italia, dunque, a parte qualche sporadica concessione, perdurava il silenzio. E a nulla valsero le sue influenti amicizie, le innumerevoli e instancabili lettere scritte ai giornali, ai ministri, ai teatri. A ogni richiesta di esecuzione, la risposta era sempre e garbatamente una: no grazie, le sue opere non ci interessano.
Addirittura, in occasione della “Prima Mostra del Novecento Italiano”, tenutasi a Bologna nella primavera del 1927, ove furono chiamati 57 compositori italiani, Gnecchi rimase escluso, suscitando l’indignazione di molti critici tedeschi.
Ormai il “caso” Gnecchi non era più riferito al rapporto tra Cassandra e Elektra, ma alla figura stessa del musicista; più che contro i detrattori (capeggiati da Alceo Toni) che consideravano il compositore un dilettante, l’esiguo numero di sostenitori doveva affilare le proprie armi per combattere contro un intero ambiente musicale che dimostrava assoluta indifferenza o comunque prevenuta ostilità verso qualunque creazione musicale che non rientrasse nel genere della più scontata tradizione del melodramma italiano.
E fu in realtà proprio contro tale ambiente che si mossero gli interventi appassionati di uno sparuto gruppo di critici.
Dopo Mario Nordio, fu il turno del critico Mario Barbieri che, con nuova documentazione, riaprì a suo modo la questione “telepatica” sollevata ventitre anni prima da Tebaldini sulle stesse pagine della “Rivista Musicale Italiana”.
Decisivo fu l’ultimo importante intervento sul caso, preparato con sincera dedizione da Francesco Balilla Pratella, dal titolo Luci ed ombre – Per un Musicista Italiano ignorato in Italia, pubblicato nel 1933 per i tipi di De Santis.
L’idea di scrivere un libro che raccogliesse tutte le più significative recensioni su concerti con opere di Gnecchi, fu dello stesso compositore milanese, ritenuta l’unica e definitiva prova del suo effettivo valore e della profonda fede musicale che ha ispirato ogni sua nota.
All’inizio degli anni Trenta, Gnecchi iniziò a prendere accordi con il critico tedesco Rudolf Hartmann, proponendo a lui l’idea iniziale del libro. L’improvvisa rottura dei loro rapporti portò nel febbraio del 1933 a definire i nuovi termini del libro con Francesco Balilla Pratella: il suo si rivelò sostanzialmente un lavoro di riorganizzazione, sistemazione e commento discreto dell’ingente materiale critico raccolto negli anni da Gnecchi.
Ad oggi, il contributo del libro di Pratella rimane il documento più importante sulla vicenda di Vittorio Gnecchi, perché, pur con tutte le riserve che possono nascere da un tale progetto documentario-difensivo, ritrae con scarna lucidità uno scorcio prezioso sulla critica del tempo.
Fu, insomma, onesto testimone della sua sventura, fermamente intenzionato a riportare sempre entrambe le posizioni, a favore o contro l’arte sua, convinto d’essere dalla parte della ragione, presentando i giornali come unici testimoni.

SALISBURGO E L’EUROPA

Col tempo, come si è visto, l’Italia dimenticò del tutto la musica – e la persona – di Vittorio Gnecchi.
Fu, invece, l’Austria ad assumere le vesti di patria adottiva, e in particolare la città illuminata di Salisburgo, dimostrandogli da subito un particolare affetto.
Nel 1932, Joseph Messner, direttore della Cappella Musicale del Duomo di Salisburgo, gli commissionò la composizione di una Messa: nasceva la Missa Salisburgensis, opera che si rivelò importante non solo all’interno della messe creativa di Gnecchi, ma per il panorama stesso della musica sacra italiana e per la stessa storia della tradizione musicale salisburghese.
Eseguita per la prima volta nel Duomo di Salisburgo il 23 luglio 1933, sotto la direzione dello stesso Messner (voce solista fu la soprano viennese Erika Rokita), e la dedica in segno di gratitudine alla città intera di Salisburgo, nella persona del Principe Arcivescovo, la Missa riannodava le fila di una illustre e antica tradizione, ispirandosi al leit-motiv del Corale di Paul Hofhaymer (1459-1537), ripetuto ogni giorno dal carillon della Fortezza cittadina.
La Missa di Gnecchi entusiasmò la stampa internazionale, che la salutò come una delle più interessanti opere moderne di musica sacra. Il critico Karl Neumayr chiudeva così la sua lunga recensione del concerto: “Il 23 luglio 1933 segna una pietra miliare nella storia del Coro del Duomo salisburghese.
Poiché la Missa Salisburgensis di Gnecchi è il più importante lavoro di musica sacra della nuova Italia, ed è anche la prima grande opera che l’immortale genio italiano, dopo la movimentata Messa di Benevoli (1628), abbia dedicato alla Cattedrale di Salisburgo”.
Da quel momento Gnecchi fu regolarmente invitato a Salisburgo, in quella che – non va dimenticato – era l’epoca d’oro per il Festival. Importante, per esempio, fu il concerto tenuto nell’estate dell’anno seguente, quando il 12 agosto 1934 fu eseguita in prima assoluta la sua Cantata biblica, sempre al Duomo, durante il Salzburger Festspiele e diretta da Joseph Messner e fra gli interpreti la famosa soprano Stella Roman e il baritono Giuseppe Manachini.
Anche dopo la guerra, Salisburgo si ricordò di lui e già nel 1948 fu riproposta – in programma con il Requiem di Faurè – la Missa, diretta ancora da Messner sul palcoscenico del Mozarteum, per poi accogliere, l’anno successivo, il suo nuovo balletto Atalanta.
Non si deve dimenticare che in tutti questi anni il vero re della vita musicale salisburghese era stato proprio Richard Strauss; appare così ancora più strano che l’unico compositore italiano presente con tale assiduità nei programmi del Festival accanto ai grandi nomi quali Palestrina, Rossini e Verdi sia stato proprio Vittorio Gnecchi, sebbene – in vita Strauss – solo con musiche sacre.

UNA VITA SPESA PER RIEMERGERE

Gli anni che vanno dalla Guerra alla morte di Vittorio Gnecchi, nel 1954, sono anni dominati dall’offesa e dallo sconforto per il perpetrato silenzio cui l’Italia lo aveva condannato.

Qualcosa, in realtà, nel mentre era accaduto. Il 6 giugno 1932 Gnecchi varcò finalmente le porte del Teatro alla Scala con il Poema eroico diretto da Willem Mengelberg. Il 21 marzo 1940 la Cantata Biblica fu eseguita ancora alla Scala diretta da Franco Ferrara, poi replicata nel maggio successivo sempre alla Scala, questa volta diretta da Alberto Erede e con la famosissima Stella Roman e Francesco Valentino. Il 23 aprile 1942 La Rosiera (Preludio, Danza campestre) giungeva al Teatro “La Fenice” di Venezia, diretta da Francesco Mander: la musica di Gnecchi fu per l’ultima volta ascoltata in Italia. Poi l’oblio.

Vittorio Gnecchi riceve dal Sindaco di Salisburgo una corona d’alloro dopo la prima rappresentazione (non completa) dell’oratorio Judith, dicembre 1952

A dar conto dei continui tentativi di Gnecchi di portare il suo caso a una risoluzione, v’è anche una lettera di Giulio Andreotti del maggio 1949, all’epoca Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, che interpellato risponde: “Mi spiace assai di sentirLa addolorato per la situazione che ritiene venga fatta alla Sua musica.
Ma non mi sembra che la mancata rappresentazione delle opere possa attribuirsi senz’altro ad un partito preso o ad un’ostilità preconcetta nei Suoi riguardi.
Piuttosto dipenderà da circostanze che fanno diventare di moda in un certo momento determinate composizioni a preferenza di altre, in base a criteri di scelta che non possono essere sindacati dagli Uffici.
Comunque ho riferito il contenuto della Sua lettera al Direttore Generale per lo Spettacolo, pregandolo di accontentarLa nei limiti delle pur modeste facoltà di interessamento riservate ai Servizi della Presidenza verso gli Enti Autonomi dei teatri”.
L’oratorio: Judith
Nel dicembre del 1952 sarà ancora l’Austria a regalargli, al Mozarteum di Salisburgo, la prima rappresentazione in forma di concerto (ma con ingenti tagli) del grande dramma musicale in tre atti Judith, iniziato nel primo decennio del secolo, poco dopo Cassandra, anch’esso su libretto di Illica, e per più di quarant’anni rimasto a tacere fra le mura di Verderio – vera rivincita di Vittorio Gnecchi che riuscì finalmente a rappresentare la sua quarta opera lirica a Salisburgo, riscuotendo un enorme successo personale, sebbene questo avvenga solo dopo la morte di Strauss. Opera corale che prevede una parte orchestrale d’ingenti dimensioni, mossa da una straordinaria modernità di scrittura, frutto di una gestazione che durò quasi quarant’anni.
Dopo Cassandra, Judith è la vera grande opera di Gnecchi che attende di rivedere di nuovo le luci del palcoscenico.

 

Arturo Rietti (1863-1943), ritratto di Vittorio Gnecchi, 1937

L’ULTIMO SALUTO

Quando Vittorio Gnecchi uscì di scena, in silenzio, nel febbraio 1954, le uniche campane che suonarono a lutto, furono ancora e solo quelle d’oltralpe.
L’8 febbraio, dunque tre giorni dopo la sua morte, apparvero sui giornali tedeschi e austriaci alcuni commossi necrologi. A firmare la commemorazione del ‘Tiroler Tageszeitung’ fu il noto musicologo Albert Riester.
In tutto il Tirolo austriaco la scomparsa di Gnecchi fu sentita come un lutto nazionale, e a dar notizia dell’intensità con cui la memoria del compositore venne onorata, fu l’Istituto Italiano di Cultura in una lettera al Consolato Generale d’Italia a Innsbruck, datata 15 febbraio 1954.
In quello stesso giorno, nella Jakobkirke, la cattedrale di Innsbruck, fu celebrata una solenne messa di requiem per Gnecchi, alla presenza del console italiano.Il 15 luglio di quello stesso anno, Radio Innsbruck dedicava un’ora di programmazione e un ritratto di Gnecchi curato ancora da Riester.
Nella conferenza radiofonica, il musicologo si soffermò soprattutto sull’importanza e il ruolo d’eccezione che Gnecchi aveva avuto nel panorama musicale italiano del primo Novecento, ricordando come la critica musicale, quando nel 1905 apparve Cassandra, avesse salutato l’avvento di uno stile operistico senza precedenti; la fusione dell’inventiva melodica di tradizione italiana – in particolare, della tradizione lombarda – con la sovrabbondanza timbrica dell’orchestra straussiana, diplomaticamente sorvolando sulle vecchie e imbarazzanti vicende. Conferme, dunque, di persistente attenzione e alta stima artistica.

BIBLIOGRAFIA

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GIOVANNI TEBALDINI, Telepatia musicale. A proposito dell’”Elektra” di Richard Strauss, “Rivista Musicale Italiana”, Anno XVI, n. 2, aprile 1909, pp. 400-412, con 10 tavole sinottiche.

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Articoli

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ROSWITHA SCHLÖTTERER-TRAIMER, Der Plagiatsverdacht Richard Strauss – Vittorio Gnecchi und die Notentafeln von Tebaldini, in Richard Strauss-Blätter, “Neue Folge”, Heft 48, 2002.

MATTHEW GUREWITSCH, Music: Plagiarism, Telepathy or Foretfulness?, “The New York Times”, 24 Giugno 2001

OTTAVIO DE CARLI, Vittorio Gnecchi: un Carneade da recuperare, “Bresciamusica”, Anni XII-XIV, nn. 58-67, ottobre 1997-giugno 1999, suddiviso nei seguenti articoli:
1. Fortuna e oblio di un compositore gentiluomo (Anno XII, n. 58, ottobre 1997, p. 12 s);
2. “Virtú d’amore”: quelle strane analogie (Anno XII, n. 59, dicembre 1997, p. 12 s);
3. La “Cassandra”: un destino di silenzio (Anno XIII, n. 60, febbraio 1998, p. 16 s);
4. La “Cassandra”: un caso di telepatia musicale? (Anno XIII, n. 62, giugno 1998, p. 18 s);
5. La svolta della sorte (Anno XIII, n. 63, ottobre 1998, p. 10 s);
6. Una “querelle” irrisolta (Anno XIII, n. 64, dicembre 1998, p. 14 s);
7. L’idillio tragico “La Rosiera” (Anno XIV, n. 65, febbraio 1999, p. 14 s);
8. “La Rosiera”: dopo l’entusiasmo il silenzio (Anno XIV, n. 66, aprile 1999, p. 17);
9. Povero ad honorem (Anno XIV, n. 67, giugno 1999, p. 16 s).

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