Missa Salisburgensis



MISSA SALISBURGENSIS

1933, per soprano, coro e orchestra.

 

Invito del Console d’Italia di Salisburgo in occasione dell’esecuzione della Missa Salisburgensis, 6 agosto 1933

Nel 1932, Joseph Messner, direttore della Cappella Musicale del Duomo di Salisburgo, gli commissionò la composizione di una Messa: nasceva la Missa Salisburgensis, opera che si rivelerà importante non solo all’interno della messe creativa di Gnecchi, ma per il panorama stesso della musica sacra italiana e per la storia stessa della tradizione musicale salisburghese.
Eseguita per la prima volta nel Duomo di Salisburgo il 23 luglio 1933, con la direzione dello stesso Messner (voce solista fu il soprano viennese Erika Rokita), e la dedica al Principe Arcivescovo della città, la Missa riannodava così le fila di un’antica tradizione che affidava a compositori italiani la composizione di opere sacre per la Cattedrale.
Il successo fu unanime, e la stampa internazionale salutò la Messa come una delle più interessanti opere moderne di musica sacra. Il “Salzburger Chronik” annunciò addirittura la nascita di un “nuovo stile”, quasi l’avvento di un “Palestrina in veste moderna”.

Programma del festival di Salisburgo 1935 con una nuova esecuzione della Missa Salisburgensis

Entusiasmi a parte, la Missa Salisburgensis s’impose effettivamente per uno stile nuovo, misto di dramma tedesco e lirica italiana, sempre devoti al testo liturgico. Profonda umanità e somma grandiosità si fondono in un equilibrio musicale sempre attento, espressione dell’armonia del “divino” col “terreno”.
Gnecchi parte, quasi come un leit-motiv, da alcune battute del corale di Paulus Hofhaimer (1459-1537), le cui note risuonano ogni giorno dall’alto della Fortezza di Salisburgo. Note che fondano il Preludio e aprono il “Kyrie“, dando il via a un gioco polifonico fra coro e soprano, fino a innalzarsi nello slancio estatico del “Christe Eleison“. Difficile, nell’incontenibile calore del canto che nasce qui e in altri luoghi (pensiamo al “Sanctus” o all'”Agnus“), non intravedere l’appassionata confessione di un uomo disilluso dal mondo e dagli uomini che l’hanno escluso.
Un sentimento puro e religioso che è tenuto lontano da ogni enfasi, persino nel “Gloria“, che si annuncia nel suo appello di pace, come un fugato che s’inchina alla severa forma della polifonia classica. Mistico é lo slancio del soprano solo, ma pacato è il lirismo che si snoda in lente movenze fino a raggiungere l’esplosione dell’inno grandioso finale, e nell'”Amen” riecheggiano le note del Corale di Hofhaimer.
Poi Tenori e Bassi intonano il “Credo“, e il Mistero dell’Incarnazione é trattato da grande maestro e da umile credente, che scolpisce quasi in modo veristico le parole di una preghiera che toccano il cuore nell’immagine della resurrezione.
Col “Sanctus” si raggiunge l’apice dell’opera: è una pagina magistrale, in stile fugato, in cui si alternano l’indimenticabile emozione del solo del soprano, con la meravigliosa logica che sottende l’intera costruzione. Poi il “Benedictus“, non a caso infuso di timide dolcezze quasi mozartiane; e infine il puro e quasi romantico “Agnus“, avvolto da un alone di drammatico (umano) lirismo, che si stempera nel tema fremente e soave del conclusivo “Dona pacem“.

 

Locandina del Festival di Salisburgo 1948 con il Requiem di Fauré e la Missa Salisburgensis di Gnecchi

Recensione di Zeilschrift Fur Geistliche Musik per l’esecuzione della Missa Salisburgensis a Salisburgo del 1933

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