Judith



JUDITH

1952, dramma musicale in tre atti di Luigi Illica.

 

Dipinto settecentesco di Giuditta, collezione Vittorio Gnecchi, donato dal Maestro al Teatro d’Opera di Salisburgo nel 1952

JUDITH, l’ultima opera di Luigi Illica e di Vittorio Gnecchi.
L’ultimo capolavoro di Gnecchi, Judith, che è anche l’ultimo testo scritto da Illica, lavorato e rielaborato da quarant’anni da Gnecchi, prima di vedere la scena nell’esecuzione 1952 a Salisburgo, in forma di concerto ma drasticamente mutilata. E’ un oratorio drammatico di enorme respiro, che contiene pagine musicali di indubbio valore, sorprendenti per la loro modernità, tutta a venire, che Gnecchi anticipava nel periodo fra le due guerre e cesellava dopo fino alla sua morte.
Il manoscritto, molto malandato, si è trovato nelle mani dell’amico Mario Iannelli, il quale, esperto conoscitore di tutta la musica di Vittorio Gnecchi, ha curato l’edizione. Anche dopo la sfortunata esperienza di Cassandra, l’amicizia tra Vittorio Gnecchi e Luigi Illica continuò. Non va dimenticato che – come confermano lettere e documenti ritrovati – Illica fu un fervente sostenitore dell’opera di Gnecchi, sia all’epoca della scrittura di Cassandra, sia durante le tormentate prove della rappresentazione a Bologna, nel 1905, sotto la direzione di Toscanini. Anche quattro anni più tardi, quando scoppiò il famoso “Caso Cassandra-Elektra”, Illica fu uno dei pochi italiani che rimasero al fianco dello sfortunato compositore milanese, il quale si vedrà chiudere tutte le porte dei teatri italiani, oltre a patire l’ostracismo della critica nazionale.Passa una decina d’anni dalla prima di Cassandra, e i due artisti si ritrovano nuovamente a lavorare insieme, questa volta su un oratorio con soggetto tratto dal quarto libro degli Apocrifi dell’Antico Testamento, Judith, fantasia biblica di proporzioni immense – soggetto celebre che ha interessato compositori di ogni secolo, da Vivaldi a Mozart, fino a Honegger nel secolo scorso. Come per Gnecchi, fu questo l’ultimo lavoro di Luigi Illica, che però vedrà la luce solo quarant’anni più tardi. Gnecchi infatti, protrasse a lungo la conclusione di quest’opera: iniziata durante la Prima Guerra Mondiale, fu completata dopo la fine del Secondo Conflitto, con una gestazione che durò più di trent’anni. Un estratto sinfonico di grande valore musicale fu eseguito alla Scala nel 1932 diretto da Mengelberg. La prima di Judith (sebbene in forma molto ridotta) avverrà solo il 16 dicembre 1952, proprio (ironia della sorte) nel Tempio esclusivo di Richard Strauss, la Festspelhaus di Salisburgo. Tre Atti di dimensioni colossali si riflettono in un libretto epico in cui Illica spesso si abbandona a lirismi sfrenati. Il tratteggio dei personaggi e della loro psicologia si fonde con una scenografia tanto immaginaria quanto lucidamente percepibile e reale.

Locandina per la prima della Judith, Salisburgo, 16 dicembre 1952

Gli spazi sono descritti non solo da diegetiche didascalie, ma dalla presenza stessa di masse corali dagli eroici accenti. Gli elementi drammatici si scontrano con momenti di profonda poesia d’amore, nel tragico affresco della guerra tra Assiri e Bethuliani, in cui si intreccia la trama dell’amore impetuoso e impossibile di Giole e Judith, culminando nella morte disperata e gloriosa di lui nelle braccia di lei – con decise reminiscenze del Tristano wagneriano.Dopo un primo atto corale e violento, in cui si consuma la battaglia sulle mura di Bethulia, concludendosi con il crollo delle stesse e l’apparizione di Holopherne, l’azione si concentra sulla figura chiave di Judith, personaggio tragico e umano assieme, eroina trasfigurata in un angelo vendicatore colmo d’amore. Attorno a lei ruota un teatro umano sostanzialmente maschile, che dietro all’apparenza guerriera nasconde la debolezza di chi non può vivere senza amore (umano o divino che sia). Nel secondo e poi nel terzo atto il sacrificio di Judith si trasforma in vendetta e poi vittoria salvifica per il suo popolo. Chi le è attorno rivela il suo lato più fallibile. Anche Holopherne si manifesta non per quel mostro descritto nelle pagine bibliche, ma quale uomo innamorato e mosso da profonda passione: toccante è la scena in cui egli si ubriaca bevendo dallo stesso calice di Judith, poggiando le sue labbra sul segno lasciato dalle labbra di lei, gesto sensuale e puro a un tempo, unico e solo momento in cui si consuma il loro amore. E se Judith cerca di rimanere fedele al suo proposito, è la musica a rivelarne la segreta passione, l’infatuazione verso un uomo bello e potente, che rimarrà unica. Gioele, infatti, è l’amore promesso, agognato e perduto di una donna che è carnefice e vittima del suo destino.La monumentale orchestrazione – cifra stilistica dell’opera di Vittorio Gnecchi – dipinge con colori esaltanti questo grandioso affresco. Ogni timbro diviene simbolo e spazio scenico, ogni tema si allontana dalla personificazione del leitmotiv, per incarnarsi in una nuova psicografia narrante. Le azioni si susseguono senza posa, la musica si dirama in mille rivoli melodici per disegnare una partitura che pare riassumere in sé tutte le esperienze musicali del suo secolo.

Vittorio Gnecchi riceve dal Sindaco di Salisburgo una corona d’alloro dopo la prima rappresentazione (non completa) dell’oratorio Judith, dicembre 1952

Vittorio Gnecchi e gli interpreti della Judith ricevono gli applausi del pubblico, Salisburgo, 1952

ASCOLTA ORA